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Il fatto che noi questa sera ci troviamo a riflettere sulla famiglia chiedendoci
che cosa essa sia, è sintomo di qualcosa di molto serio che sta accadendo
in mezzo a noi. Se noi ci chiediamo che cosa è la famiglia, significa
che essa, o meglio che la definizione che noi fino ad ora abbiamo dato di
essa, è quanto meno sottoposta a discussione. Vorrei allora offrirvi
un aiuto in questa situazione: a tutti, ma specialmente ai giovani per le
ragioni che dirò in seguito. E lo farò in due momenti. Nel primo
cercherò di rispondere alla seguente domanda: a chi dobbiamo chiedere
che cosa è la famiglia? Nel secondo cercherò di rispondere alla
seguente domanda: che cosa sta accadendo e che cosa stiamo rischiando? La scuola del cuore. Da chi/da che cosa possiamo-dobbiamo imparare che cosa
è la famiglia? A chi lo dobbiamo chiedere? La prima risposta possibile
potrebbe essere la seguente: alle consuetudini ed alle leggi che ci governano.
Apro il Codice civile e so che cosa è la famiglia. Ed infatti gli articoli
al riguardo sono letti in ogni celebrazione del matrimonio. Questa risposta - che per sé ha pure una sua intima ragionevolezza
- oggi non è più adeguata e pienamente convincente. Per almeno
due motivi. Esistono già in Europa ordinamenti giuridici che presentano
al loro interno definizioni alternative di famiglia, e non è escluso
che questo o prima o poi avvenga anche in Italia. Dalle leggi cominciano a
giungere risposte non univoche. Da ciò si dovrebbe concludere: la famiglia
è ciò che le maggioranze parlamentari che fanno le leggi, stabiliscono
che sia. Cioè: la famiglia non ha una consistenza, un'identità
sua propria indipendentemente dalle leggi che la definiscono. Non è
"una società naturale", come invece recita la nostra Costituzione.
Ed inoltre i legislatori sono ovviamente uomini come noi: donde ricavano la
loro capacità di definire che cosa è la famiglia? Si limitano
a trascrivere ciò che la maggioranza dei cittadini pensa? E la maggioranza
donde trae le sue conoscenze? La prima risposta alla nostra domanda ci ha portato comunque ad una conclusione
o meglio a porci la domanda fondamentale: esiste una forma di famiglia che
nella sua sostanza è radicata nella natura della persona umana e che
pertanto va custodita di generazione in generazione oppure ogni forma di famiglia
è un mera costruzione culturale? La seconda risposta alla domanda a
chi dobbiamo chiedere che cosa sia la famiglia, è la seguente: lo dobbiamo
chiedere alla parola di Dio. È quindi la fede che possiede la risposta
a questa domanda. Questa risposta è vera, tuttavia non basta da sé sola. Per
vari motivi. La famiglia è una realtà che esiste anche fuori
della Rivelazione. Pertanto delle due l'una: o questa è sempre e comunque
opera del male oppure l'uomo ha la possibilità di scoprire con verità
anche fuori della fede che cosa è la famiglia. Cioè: la ragione
umana è in grado di dirci - almeno in una certa misura - che cosa è
la famiglia. Prima di procedere, devo fare a questo punto una riflessione
di carattere generale, che non riguarda più la famiglia solamente.
È però di grande importanza. Tutti noi "sentiamo"
di esser in possesso di alcune inclinazioni fondamentali; le chiamiamo anche,
nel linguaggio comune, istinti. Faccio qualche esempio. C'è in noi
l'inclinazione, l'istinto a conservare la nostra vita; c'è in noi l'inclinazione,
l'istinto a vivere in società; c'è in noi l'inclinazione, l'istinto
a sentire compassione per chi soffre. E così via. Sono inclinazioni
queste che non sono frutto di una nostra deliberazione; precedono ogni nostra
decisione. Sono inclinazioni naturali. Tuttavia la realizzazione di queste inclinazioni è affidata alla
nostra libertà, e pertanto le modalità con cui le realizziamo
possono essere assai diverse. È certo che per conservarsi in vita bisogna
mangiare, ma . si può mangiare per vivere oppure vivere per mangiare.
È certo che l'uomo deve vivere in società, ma una società
può darsi una configurazione democratica o dittatoriale. E così
via. A questo punto possiamo, dobbiamo chiederci: qualsiasi realizzazione
delle nostre inclinazioni è ugualmente vera e buona? Se no, chi discerne
una realizzazione vera e buona da una realizzazione falsa e cattiva? Prima
di rispondere, vorrei che foste ben consapevoli del fatto che questa non è
una domanda che l'uomo può porsi, ma la domanda più importante.
Essa infatti parte dal constatare il rischio in cui ciascuno vive di realizzare
o di perdere se stessi: di vivere invano. La ragione è la luce che in noi opera un discernimento fra la realizzazione
vera e buona delle proprie inclinazioni e una falsa e cattiva. Siamo ad un
punto centrale della nostra riflessione di questa sera. Ogni inclinazione
porta inscritta in se stessa un orientamento verso il bene che compete alla
nostra ragione di cogliere, di interpretare. Noi naturalmente non vogliamo
vivere in società in qualsiasi modo, ma con giustizia. Naturalmente
significa che ci troviamo già orientati, prima ancora di ogni ragionamento,
verso un modo di stare con gli altri: siamo fatti per amare e non per odiare.
Che diciamo bugie è un fatto, ma nessuno desidera essere ingannato,
per fare qualche esempio. Dentro le nostre inclinazioni sono piantati come
semi di virtù che la nostra ragione sa vedere e coltivare. Mi è
capitato di conoscere persone che mangiando un cibo, mediante il loro gusto
ne sanno riconoscere tutti gli ingredienti. Così chi sa usare rettamente
la propria ragione sa discernere nelle inclinazioni presenti nella persona
umana quei semi di verità e di bene che il Signore ha seminato in esse. Mi fermo e ritorno al nostro tema della famiglia. Per sapere quindi che
cosa sia la famiglia, abbiamo a disposizione la nostra ragione colla sua capacità
di interpretare i nostri desideri. Potremmo dire: facciamoci accompagnare
dalla nostra ragione alla scuola della nostra persona, alla scuola del "cuore
umano". E per "cuore" intendo il nostro io in quanto dotato
di inclinazioni, di dinamismi che lo muovono verso la propria realizzazione
e beatitudine. Partiamo dunque in questo itinerario. Non c'è dubbio
che esiste fra l'uomo e la donna una reciproca inclinazione ed attrazione:
è l'inclinazione sessuale, essa spinge all'unione sessuale fra i due.
Questo è ciò che appare immediatamente. Proviamo però
a dare una lettura di questo fatto, per coglierne il senso. È ancora
abbastanza facile capire che questa reciproca attrazione ed inclinazione nasce
dal bisogno, dal desiderio di una completezza, di una pienezza di vita. Ma
è proprio nel momento in cui la persona realizza la sua inclinazione
sessuale, che inizia una grave difficoltà. L'unione uomo-donna può
essere realizzata fondamentalmente in due modi. O l'unità dei due si
costituisce perché l'uno entra in possesso dell'altro e ne può
fare uso, oppure perché liberamente decidono di appartenersi reciprocamente.
L'appartenenza reciproca fra persone può accadere mediante il dono
reciproco di se stessi. Ma poiché il dono può nascere solo dall'amore,
l'uno è "con-dell'altro" in forza di un'auto-donazione reciproca
nell'amore. Dunque, siamo giunti alle seguenti conclusioni: l'attrazione- inclinazione
sessuale è il bisogno e l'invocazione di una pienezza; la realizzazione
di questa attrazione ed inclinazione può configurarsi nella forma o
del possesso o del dono, o dell'uso o dell'amore. È inevitabile che
ci chiediamo: quale delle due forme è quella vera e giusta? È
solo la seconda poiché l'uso degrada la persona al rango di cosa; solo
la seconda poiché solo l'amore è la risposta adeguata alla realtà
della persona. Quando l'attrazione e inclinazione sessuale si realizza nella
forma del possesso, si realizza in maniera falsa [in realtà cioè
non si realizza] e in maniera ingiusta. Falsa perché equipara la persona
ad un oggetto; ingiusta perché non tratta la persona come merita di
essere trattata. Solo la forma del dono realizza la sessualità nella
verità e nella giustizia. Il dono di sé - non semplicemente
del proprio avere - ha una sua logica intima non rispettando la quale il dono
di sé in realtà non accade. Non può non essere totale:
l'avere è misurabile; l'essere è incommensurabile. Non può
essere totale se non è definitivo: la definitività esclude la
particolare misura del tempo. Siamo dunque giunti alla seguente conclusione. L'attrazione - inclinazione
sessuale chiede, esige di realizzarsi in un' auto-donazione totale e definitiva.
Ma questa non è la definizione di matrimonio che sostanzialmente ha
accompagnato la storia dell'umanità? La realizzazione ragionevole -
conforme cioè alla realtà dell'inclinazione sessuale - della
sessualità umana è il matrimonio, inteso come unione legittima
fra un uomo e una donna. Questa modalità di realizzare se stessi nel
dono da parte delle persone, "è segnata dalla diversità
del loro corpo e del loro sesso, e contemporaneamente dall'unione in questa
diversità e attraverso questa" [K. Wojtyla, Metafisica della persona,
Bompiani ed., Milano 2003, pag. 1475]. La categoria del dono è la chiave
interpretativa della realtà coniugale: del dono nella ed attraverso
la propria mascolinità/femminilità. Esiste un'intima unità fra il dono ed il modo di essere proprio della
donna e dell'uomo. "La sfera sessuale è di certo qualcosa di proprio
rispetto all'amore, ma tra essa e l'amore coniugale c'è per così
dire "un'armonia prestabilita". Il suo senso autentico è
per esperienza inseparabile dal suo carattere di espressione e dispiegamento
di uno specifico tipo di amore" [D. von Hildeband, Reinheit und Jungfraulichkeit,
ed. EOS-Verlag, Erzabtei St. Otilien 1981, pag. 22]. Ma oltre a ciò
la sessualità umana è capace di generare nuove persone umane.
Questa capacità è del tutto uguale a quella animale? Oppure
la nostra ragione scopre in essa una sua propria originalità? Cercherò
ora di rispondere a queste domande. Esiste un legame molto intimo fra la comunione personale, che si forma e
si stabilisce fra uomo e donna come marito e moglie, ed il loro diventare
genitori. È un legame che può essere pensato nella metafora
del "frutto". Il frutto esprime al massimo la capacità della
pianta: il diventare genitori esprime un amore coniugale che raggiunge il
vertice della sua forza. Potrei mostrarvi questo legame percorrendo varie
piste. Mi limito a percorrerne brevemente una: quella che fino ad ora abbiamo
percorsa. Vorrei partire da un paradosso cui assistiamo ogni giorno: è
normale che nascano i bambini; è straordinario che nascano i bambini.
È normale: rientra nei fenomeni propri di ogni specie vivente; è
abbastanza spiegabile in base alle conoscenze scientifiche della fisiologia
riproduttiva. La normalità si evidenzia nella registrazione numerica
dei nati: esiste degli stessi presso ogni ufficio di anagrafe un registro
con numerazione progressiva. È straordinario: non è nato un
individuo che permette il perpetuarsi della specie umana, ma una persona che
non è semplicemente un individuo della specie umana. È nata
una persona che non è numerabile [le persone non fanno numero] perché
è irripetibile. È venuto all'esistenza qualcuno di unico. Posso dire la stessa cosa dicendo: il concepimento di una nuova persona
umana è un evento e biologico e spirituale. Fra i due eventi non c'è
estraneità; l'uno è dentro all'altro: è il concepimento
di una persona. La comunione coniugale è l'unico luogo adeguato perché
impedisce che questo fatto perda il suo carattere di straordinarietà,
diventi un dato statistico. È quando il concepimento di una nuova persona
umana avviene nell'amore coniugale che la nuova persona umana è riconosciuta
nella sua unicità ed irripetibilità. La separazione del concepimento
dall'atto dell'amore coniugale espone la persona del concepito in vitro al
non riconoscimento della sua dignità di persona. È un "prodotto".
Ora si producono le cose non le persone. E così, come vedete, nella
sua realtà intera di sponsalità-genitorialità-fraternità
"è la famiglia - e deve esserlo - quel peculiare ordinamento di
forze in cui ogni uomo è importante e necessario per il fatto che è
e in virtù del chi è; [è] l'ordinamento il più
intimamente "umano" edificato sul valore della persona e orientato
sotto ogni aspetto verso questo valore" [K. Wojtyla, Metafisica ., cit.,
pag. 1464]. Ho terminato il primo punto. Rifacciamo molto velocemente il cammino percorso.
Ci siamo chiesti: dove posso imparare che cosa è la famiglia? Ho risposto:
nel cuore dell'uomo e della donna. Ci siamo chiesti: chi mi conduce a questa
scuola? Ho risposto: la nostra ragione rettamente usata. Finalmente: che cosa
mi si insegna in questa scuola? Che la famiglia è fondata e radicata
nel matrimonio il quale deve essere inteso come l'unione legittima di un uomo
con una donna, in ordine alla generazione ed educazione di nuove persone umane. 2. Che cosa sta accadendo - che cosa stiamo rischiando? Sono sicuro che
durante tutto il percorso che colla nostra riflessione abbiamo compiuto, non
vi ha mai abbandonato il pensiero che nella società in cui viviamo
ci sono proposte contrarie ai risultati cui è giunta la riflessione
sulla sessualità umana esposta sopra. Diventa sempre più forte,
anche nei grandi mezzi della comunicazione sociale, l'opinione secondo la
quale gli Stati dovrebbero considerare veri matrimoni anche le convivenze
omosessuali, o quanto meno equipararli. Il 18 gennaio 2006 con 468 voti a
favore, 149 contrari e 41 astenuti il Parlamento Europeo ha approvato una
risoluzione che invita ad equiparare le coppie omosessuali a quelle tra uomo
e donna e condanna come omofobici gli Stati e le Nazioni che si oppongono
al riconoscimento delle coppie gay. Che cosa sta accadendo nella nostra civiltà
occidentale? Che cosa stiamo rischiando? Vorrei in questo secondo punto rispondere
a queste due domande: in modo molto sintetico ed anche incompleto, ma il tempo
a disposizione si è fatto breve. Premetto subito che la mia riflessione
affronta il problema dal punto di vista della ragione e dell'etica pubblica,
non privata. Mi spiego. Parlerò di "forme diverse di matrimonio
e famiglia", cioè di convivenze di fatto e di convivenze omosessuali
ma non per rispondere alla domanda: sono realizzazioni vere e giuste della
sessualità umana? Ma per rispondere alla domanda: la legge civile come
deve considerare le forme di realizzazione della sessualità umana diverse
da quella matrimoniale? Il problema oggi si è terribilmente complicato
poiché in esso si introducono temi, esigenze che attengono all'ethos
pubblico del nostro Occidente. La risposta che oggi cerca di imporsi come
l'unica coerente con le basi della nostra convivenza civile è sostanzialmente
la seguente. Ogni concezione della propria sessualità ha uguale diritto di essere
praticata. Questa affermazione è l'applicazione di un principio basilare
delle nostre società liberali: il principio di autonomia. Unico limite
che si deve porre è quando la realizzazione della propria concezione
della sessualità viola diritti soggettivi di terzi: pedofilia e stupro.
Nessuna pratica della sessualità deve essere trattata dalle leggi meglio
di un'altra, poiché se così fosse, la parzialità di trattamento
sarebbe ingiusta comportando una scelta ideologica. Questa seconda affermazione
è l'applicazione dell'altro principio basilare delle nostre società
liberali: il principio di uguaglianza. La risposta dunque alla prima domanda
è la seguente: se vogliamo custodire i due pilastri della nostra società
occidentale, autonomia ed uguaglianza, il matrimonio ed altre forma di realizzazione
della propria sessualità devono essere trattate dalla legge con uguale
trattamento. In teoria, la legge civile ha a disposizione cinque trattamenti:
punizione, tolleranza, ignoranza, rispetto, condivisione. Lasciamo subito
fuori della nostra considerazione la prima e la seconda, che non hanno nulla
a che far col tema che stiamo trattando. Poiché la società non
può costituirsi senza rispettare e condividere l'istituto matrimoniale,
si propone che uguale rispetto e condivisione la legge civile deve avere nei
confronti degli altri modi di realizzare la propria sessualità in concreto.
Cioè matrimonio, convivenze di fatto, convivenze omosessuali esigono
da parte della legge uguale rispetto e condivisione. È importante notare
che l'uguaglianza nel rispetto e nella condivisione esige anche uguaglianza
nell'attribuzione delle risorse pubbliche. Di fronte a questa posizione il mio pensiero è il seguente. È
una tesi insostenibile perché contrasta il bene comune, ed espone la
società civile a gravi rischi. L'idea di fondo, la tesi che sostengo,
è la seguente: tra le diverse forme di vita sociale e i diversi stili
di vita personale lo Stato deve privilegiare e favorire quelli che creano
e custodiscono valori sociali o "capitali sociali", a preferenza
di quelle forme e stili di vita che non li costituiscono o li usurano. Mi
limito ad una sola riflessione, ma che reputo fondamentale. La convivenza
civile non può sussistere se non è pervasa da uno spirito particolare,
da un ethos impastato di fiducia reciproca, di senso del bene comune, di fraternità,
di responsabilità. La convivenza civile ha bisogno di questi "capitali
sociali". La legge quindi deve favorire le formazioni sociali che li
producono. È davvero giunto il momento di interrogarsi se una totale
neutralità dello Stato di fronte a qualsiasi concezione di vita buona
alla fine non dilapidi il suo [dello Stato] necessario ordine normativo ed
i capitali sociali indispensabili. In questo senso, il relativismo etico soprattutto,
ma anche l'agnosticismo etico non è una base consistente per una giusta
convivenza umana. Ora ritorniamo al nostro tema. La vita coniugale intesa
nel senso tradizionale esposto sopra ha in se stessa e per se sessa una preziosità
ed una bontà umana che merita di essere difesa e privilegiata da chi
ha responsabilità del bene comune. Ho parlato di "bene comune". Esso denota la bontà propria
della relazione sociale; è la bontà propria insita nella relazione
sociale. Esso è parte costitutiva del bene della persona poiché
questa è costitutivamente sociale; l'affermazione e la realizzazione
di se stesso implica necessariamente l'affermazione di ogni altra persona.
Il fatto umano originario è che l'uomo è-con l'uomo. Una visione
individualistica dell'uomo secondo la quale la relazione all'altro non è
originaria e non appartiene alla natura della persona, è falsa. Costruire
una civiltà ed una cultura giuridica su questa base; edificare la civitas
su questa visione, porta inevitabilmente a negare il bene della persona. Orbene,
se riflettiamo sulla società coniugale nel senso tradizionale, vediamo
che in essa si realizza in nuce il bene intero insito nella relazione sociale.
In questo senso profondo da sempre la sapienza giuridica dei popoli afferma
che prima societas in coniugio, ove la primarietà denota non ovviamente
una qualità cronologica ma una principalità. Come a dire: ciò
che la società umana è come tale, è già al principio
presente nella società coniugale. In questa infatti l'altro è
affermato in quanto altro, ma, nell'uguaglianza dell'essere e della dignità.
L'alterità radicale in cui si dualizza la natura umana è costituita
da femminilità e mascolinità: la persona umana è uomo
e donna. Ma nello stesso tempo uomo e donna sono allo stesso grado persona
umana. Si ha all'interno dell'identica natura umana la tensione dialettica
fra alterità [= l'uomo non è come la donna] ed identità
[= uomo e donna sono ugualmente persone], che trova la sua soluzione archetipale
nella comunità coniugale. Ho detto "archetipale". Cioè:
quanto accade nella comunità coniugale è "arché-typos"
di ogni vero e buon rapporto sociale ove l'altro è affermato e riconosciuto
come tale [nella sua alterità] ma dentro al riconoscimento dell'identica
dignità di persona: l'altro come se stesso. Non a caso il secondo capitolo
della Genesi narra la nascita del rapporto sociale, l'uscita dalla solitudine
originaria, non in un indistinto incontro con l'altro, ma nel porsi della
donna di fronte all'uomo. È nella comunione coniugale che si costituisce il "capitale
sociale", che nella comunità omosessuale non viene neppure iniziato.
Questa è la diversità essenziale fra le due. Ne deriva che nell'edificazione
di un sociale umano buono, in altre parole in ordine alla difesa e promozione
del bene comune umano, restare neutrali di fronte al fatto che la comunità
sessuale-affettiva fra persone umane si configuri eterosessualmente o omosessualmente,
significa restare neutrali di fronte al bene comune: a che si edifichi o non
una vita associata buona. Penso di trovare una conferma dell'ingiustizia insita
nell'equiparazione civile di cui stiamo parlando, in una conseguenza che a
lungo termine non potrebbe non manifestarsi, dal momento che essa [equiparazione]
la contiene in germe. L'equiparazione fra convivenza omosessuale e comunità
coniugale è pensabile solo partendo dall'affermazione che non esiste
una modalità nel realizzare la propria sessualità-affettività
che possa essere socialmente non riconosciuta, purché sia rispettata
l'autonomia dei partners e la loro libertà. Esclusi quindi pedofilia
e stupro, l'equiparazione di cui stiamo parlando eliminerebbe nell'ethos e
nella ragione pubblica quei principi in base ai quali la nostra cultura giuridica
ha rifiutato la poligamia ed il poliamore, ovvero la molteplicità simultanea
di relazioni sessuali stabili. Ho parlato finora di equiparazione fra matrimonio e convivenze omosessuali.
A questo punto devo inserire la riflessione sulla forma di convivenza eterosessuale
senza vincolo coniugale vero e proprio: le unioni di fatto. Ciò che
la differenzia dalla comunità coniugale è il rifiuto precisamente
del reciproco vincolarsi, cioè del reciproco consegnarsi. È
in sostanza una convenzione fra due individui che vogliono rimanere tali,
cercando di avere da questa convivenza vantaggi e benessere affettivi o altri
[non necessariamente illegali]. Il "bene sociale" insito in questa
convivenza è quindi essenzialmente diverso da quello insito nella comunità
coniugale in senso tradizionale. Ora ciò che non è uguale non
può essere equiparato. E ancora una volta la conseguenza della progressiva
legittimazione della molteplicità simultanea di relazioni sessuali
non è da escludere come conseguenza anche dell'equiparazione fra convivenza
di fatto e comunità coniugale. Ma in ordine alla costituzione del "capitale
sociale" è necessario prendere anche in considerazione il grande
tema della generazione della persona. Partiamo da un riflessione semplice.
Ciò che qualifica in modo proprio e specifico la genitorialità
umana non è semplicemente la generazione biologica, ma la generazione
nel figlio dell'umano, cioè l'educazione. Penso che non sia difficile
capire che in ordine al bene umano comune il fatto educativo sia di importanza
decisiva. Chi dunque ha responsabilità primaria del bene comune può
rimanere neutrale a che la persona sia generata [nel senso profondo sopra
indicato] all'interno di una comunità coniugale o di una convivenza
di fatto? A che la persona sia generata all'interno di una comunità
coniugale oppure possa essere affidata ad una coppia omosessuale riconosciuta
come coppia genitoriale? È un motivo fondamentale ed una ragione fra
le più convincenti che la comunità coniugale debba essere protetta
e non equiparata in nessun modo a nessun'altra convivenza sessuale-affettiva,
la sua singolare idoneità ad assicurare ai figli la necessaria educazione
perché possano crescere umanamente bene. Se questo è vero come
i fatti dimostrano, l'equiparazione che rifiutiamo, è da ritenersi
ingiusta perché non rispetterebbe l'uguaglianza di ogni persona umana.
Equiparare in ordine alla genitorialità matrimonio, convivenze di fatto
e convivenze omosessuali significa essere neutrali di fronte al fatto che
non sono assicurate le stesse condizioni educative alla persona che ha diritto
di essere educata. È di fatto impedita l'uguaglianza a livello dell'esercizio
di un diritto fondamentale dell'uomo. Termino con una riflessione di carattere
più generale. Anche se non raramente negata nella teoria giuridica,
la rilevanza educativa della legge civile è un fatto. Essa contribuisce
non raramente e non superficialmente a formare l'ethos pubblico e i convincimenti
della ragione pubblica. Ciò è particolarmente vero per l'istituzione
matrimoniale. La legge può configurare la comunità coniugale
come una forma di comunione sessuale-affettiva cui i singoli sono liberi di
accedere, ma la cui definizione non è a disposizione di chi si sposa:
non può essere formulata e riformulata a piacimento. Oppure la legge
può decidere, attraverso l'equiparazione di cui parlavo, che il matrimonio
ricevuto dalla tradizione è frutto di mera convenzione sociale e che
pertanto il matrimonio può essere pensato e realizzato nei modi corrispondenti
ai desideri, interessi e scopi propri di ogni individuo. Il risultato della
seconda scelta giuridica non sarà a lungo termine che nell'ethos e
nella ragione pubblica matrimonio ed altre forme di convivenze avranno la
stessa stima e riconoscimento? Il risultato sarà che l'equiparazione
di fatto sosterrà quelle visioni dell'uomo che non sono ospitali vero
la monogamia, e che alla fine potrebbe minare l'istituzione matrimoniale alla
base. Il prof. Joseph Raz ha scritto: "la monogamia, ammesso che rappresenti
l'unica valida forma di matrimonio, non è alla portata dell'individuo.
Per poterla vivere, essa richiede una cultura che la riconosce e che la sostenga
attraverso l'atteggiamento del settore pubblico e delle istituzioni"
(desumo questo testo dal sito zenit.org). Ovviamente Raz non intendeva dire
che la persona in qualsiasi ordinamento giuridico non possa essere capace
di comprendere e di scegliere il matrimonio. Egli pensa - e consento con lui
- che il matrimonio è un istituto "fragile" se non è
sostenuto dalle leggi e dalle istituzioni. L'orientamento della ragione pubblica
è decisivo per difendere il matrimonio. La mia tesi è che l'equiparazione
costituisce una rinuncia a questa difesa, e quindi una abdicazione alla promozione
del bene umano comune. Conclusione Abbiamo percorso un lungo e faticoso cammino. A noi credenti
la fede offre un cammino più breve. Essa ci dona una luce che purifica
la nostra ragione e la sostiene. Non assimileremo mai abbastanza la grande
dottrina cristiana del matrimonio e della famiglia. Questo tuttavia non ci
esime dal rendere ragione della nostra fede a chi non crede; dal rendere ragione
che la verità che la fede ci insegna circa il matrimonio e la famiglia,
non è solo cristiana. È semplicemente umana: il Vangelo del
matrimonio è la risposta adeguata ai desideri più profondi dell'uomo
e della donna che si sposano. Con Cristo arriva al banchetto nuziale il miglior
vino. Lo dico soprattutto a voi giovani. |
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